Il nostro tempo in Uzbekistan sta per terminare. Dopo giorni di deserto, tra Ustyurt Plateau e Kizilkum, siamo tornati nelle nostre amate montagne.

Le distese di sabbia ed arbusti hanno lasciato il posto a verdi montagne, alberi in fiore e pascoli. Il gelo del plateau è ormai un ricordo lontano, è il 20 marzo, la primavera è esplosa e con lei la pioggia.

Piove a dirotto quando ci fermiamo a Dashtigaz, è quasi il tramonto e siamo alla ricerca disperata di un posto dove dormire il più coperto possibile ma lontano dai tanti sguardi incuriositi dei villaggi.

L’Uzbekistan è forse il paese che fino ad oggi ci ha sorpreso di più per l’entusiasmo che le persone in strada ci dimostrano, entusiasmo che a volte rasenta lo stalking!

Mentre pedaliamo siamo costretti spesso a fermarci per le richieste insistenti di fotografie, video o anche solo per sapere da dove veniamo. Per arrivare persino a tagliarci la strada e rischiare di investirci pur di metterci in braccio uno spaesato bimbo di un anno e scattare una foto, che chissà magari da grande riguarderà chiedendosi “ma chi sono questi due?”.

Troviamo per fortuna un buon posto dove mettere la tenda, è un campo da calcio e gli spalti sono dei prati coperti da alberi. Chiediamo a quello che supponiamo sia il custode, il quale ci dice che già altri turisti hanno campeggiato qui. Non solo, l’indomani è il 21 marzo, è Navruz, si festeggia la primavera con balli e cibo..naturalmente siamo invitati a restare!

La mattina dopo, spaventati all’idea di essere circondati da centinaia di persone incuriosite, smontiamo il campo prima del solito. Ma le persone sono già tutte in strada, eccitate dai festeggiamenti imminenti. In meno di qualche minuto siamo già l’attrazione della giornata! Il tempo è splendido, l’atmosfera di festa pervade anche noi e decidiamo di restare.

Il Navruz è davvero una festa importante. Tutto il paese si riunisce per mangiare assieme i piatti tradizionali. È un momento importante anche per noi, perché ci permette di capire come la società sia organizzata nei piccoli villaggi dell’Uzbekistan.

Una fila di tavoli di plastica e sedie è il luogo deputato al pranzo degli uomini e dei ragazzi, le donne assieme ai bambini più piccoli mangiano a terra sedute su teli , in disparte in un luogo tranquillo e lontano dal caos siedono invece gli anziani. Tutto, ma tutto il paese è qui. Le donne esplodono di colori, anziane e giovani vestite di primavera. Poche sono coloro che non abbiano in braccio almeno un bambino! Sono tutte pronte al sorriso, ridono, scherzano, giocano tra di loro. E tutte ci mostrano orgogliose i propri figli, chiedendoci, anche con insistenza, di scattare foto.

Noi ci ritroviamo a mangiare nel tavolo degli anziani. Ognuno di loro sembra essere uscito da un quadro della via della seta. Barba bianca, occhi a mandorla, lunghi pastrani colorati (chapon), copricapi ricamati e sorrisi dorati. Ci accolgono con calore alla loro tavola, ci riempiono di domande sul nostro viaggio e si prendono cura della nostra salute, intimandoci di mangiare ogni piatto che viene servito. Attorno al tavolo infatti si muovono molti giovani, che alacremente e con evidente devozione servono gli anziani.

Sono l’unica donna al tavolo, ma questo sembra non suscitare alcuno scompiglio.

Il pranzo consiste in brodo di pecora, plov (un risotto con carote e carne di pecora) e sumalak, un composto fatto prevalentemente da lievito, cotto per molte ore all’interno dei tipici forni di fango chiamati Tandir. Si dice venga preparato dalle donne del paese nell’arco di una notte, e che la preparazione sia accompagnata da canti e balli. Noi purtroppo non siamo mai riusciti ad assistere alla preparazione.

Il pranzo del villaggio è invece preparato dalle sapienti mani di due cuochi, in una cucina da campo che farebbe invidia al più esperto degli scout.

La mattina gli uomini hanno scavato delle buche nel terreno sulle quali sono stati adagiati i pentoloni, le buche funzionano da enormi fornaci a legna. Chili e chili di riso e sacchi di carote tagliate alla joulienne (non possiamo fare a meno di chiederci a chi sia toccato il lavoro) che compongono il piatto nazionale, ovvero il Plov.

La compagnia degli anziani è davvero piacevole, non manca la classica domanda sulla religione, ma posta più per conversare che per vero e proprio interesse. Il pranzo si interrompe solo per qualche minuto, quando uno degli anziani comincia, quella che a noi sembra, una lunga preghiera. È un momento davvero bello, nel nostro angolo regna il silenzio, rotto solo dalla cantilena della preghiera, mentre da lontano vengono le voci dei bambini, delle donne e del resto del paese. Sembra di essere tornati indietro nel tempo, ci sentiamo parte del villaggio, della comunità. Forse è questa la magia della ritualità, la capacità di perdurare nel tempo e nello spazio, ricreando ovunque ed in ogni epoca le stesse emozioni.

Il silenzio viene rotto dalla pronuncia in coro della parola “Amin” che sentiamo di voler pronunciare anche noi, per ringraziare questo villaggio che ci ha accolto con calore e ci ha fatto conoscere una parte di Uzbekistan per certi aspetti diversa da quello che abbiamo visto fino ad oggi. Diversa dai deserti e dalle città dove le donne guidano la macchina e siedono allo stesso tavolo degli uomini, diversa da chi ci ferma in strada solo per avere una foto da mettere chissà dove. Ma uguale nel senso di appartenenza ad un comunità, villaggio o nazione, uguale nella voglia di condividere con gli altri quanto si ha a disposizione.

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4 comments

  1. Reply

    Simonetta 23 giugno 2015 at 13:34

    Bellissima la descrizione del villaggio uzbeko e della festa di primavera. Una domanda? in quale lingua comunicate con loro?
    buon viaggio!

    • Reply

      Simona Pergola 23 giugno 2015 at 14:51

      Ciao Simonetta! Grazie per i complimenti 🙂 In Uzbekistan riuscivamo a comunicare con il turco imparato nei due mesi in turchia, qualche parola di russo ma soprattutto con la tanta voglia di interagire!

  2. Reply

    Simonetta 23 giugno 2015 at 13:35

    Bellissima la descrizione del villaggio uzbeko e della loro festa di primavera! Una domanda: in quale lingua comunicate con loro?
    Buon viaggio

  3. Reply

    Rosella 21 marzo 2016 at 11:00

    Bellissimo reportage, l’ho riletto con grande emozione e mi ha fatto partecipare della gioia semplice e genuina di queste comunità e che voi sapete così bene documentare e trasmettere! Evviva voi due e la Primavera!

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